lunedì, 16 settembre 2019 ore 4:01 - Buona Notte.
huges.it
Stampa Utente sconosciuto (Accedi). Non sei ancora registrato? (Registrati).
Sezione dedicata a Magico Vento un Sioux dalla pelle bianca

Magico Vento

Sezione dedicata a Magico Vento un Sioux dalla pelle bianca

Magico Vento

N° 98 - Rosebud

N° 98 - Luglio 2005

Rosebud

La guerra è pronta a scoppiare in tutta la sua tensione.

23/09/2005 - bila83

"Toro Seduto ha avuto una visione: una dura sconfitta colpirà le giacche blu... Ma dove e quando? Tra insidie e agguati, Magico Vento si prepara allo scontro imminente... Rosebud ".

Testi: Gianfranco Manfredi
Disegni: Pasquale Frisenda

E’ primavera sulle Black Hills, le colline del popolo Sioux. Crook è stato rintanato a Fort Fetterman per due mesi, ma adesso le cose cambiano. E la guerra è pronta a scoppiare in tutta la sua tensione. Con le battgalie più importanti e il suo protagonista più importante: George Armstrong Custer.

“Rosebud” è direttamente collegato all’albo successivo, quello del Little Big Horn. A pagina 98 troviamo “Continua e finisce nel prossimo numero” anziché il più usuale (per Magico Vento) “Fine dell’episodio”. Perché questo numero, che narra la battaglia del Rosebud, non la esaurisce. La battaglia del Rosebud, seppure come flashback, continua nel numero 99. E tante altre cose continuano nel 99. Tutta la storia è un ponte verso la fine di Custer. Ma non corriamo troppo.

Il Rosebud e Little Big Horn, due fiumi e due battaglie. Due vittorie del popolo rosso. Contro le giacche blu di Tre Stelle (il generale Crook) e Lunghi Capelli (il generale Custer). E’ primavera, dicevamo. Dice così anche Toro Seduto, nella prima pagina di questa storia: “E’ primavera”. E le Black Hills straripano di fiori, nelle meravigliose vignette di uno strpitoso Pasquale Frisenda. “Il sole e la terra si amano e dal loro amore tutto prende vita: i fiori, gli animali, noi stessi… Ecco perché abbiamo il sacrosanto diritto di vivere qui! Ma adesso una stirpe di uomini, amanti del possesso, vuole scacciarci. Vogliono la nostra madre terra e pretendono di fissare i confini tra noi e i nostri vicini (…). Convivere con questa gente è impossibile. Non tengono fede ai patti (…). Ora minacciano di rinchiuderci in una riserva. Possiamo fare solo due cose: arrenderci o combattere. Qual è la vostra scelta?”. HOKA-HEY!, gridano i guerrieri Sioux, tra cui Magico Vento. “Sì, fratelli! Oggi è un buon giorno per morire. Ma non dimenticatelo: è per vivere su questa terra che noi combattiamo!”. E sempre più guerrieri si uniscono ai Sioux, anche i Cheyennes. “Possiamo vincere!”, esclama Cavallo Pazzo. Toro Seduto fa anche di più. Si tortura per avere una visione. Magico Vento accetta di prendere su di sé la visione e la sofferenza: le giacche azzurre piovono letteralmente dal cielo sull’accampamento. E si sfracellano a terra, come fossero di terracotta. “Caleranno sul nostro villaggio… E moriranno tutti!”, dice Toro Seduto. Una grande vittoria. Nessun bianco resterà vivo.

Ed ecco le truppe di Tre Stelle che avanzano. Con lui c’è Washakie, il grande capo degli Shoshoni, ancora imbattuto in battaglia. Gli Shoshoni hanno deciso di stare dalla parte dei bianchi. Il problema è Toro Seduto, così debilitato dalla visione e dalle ferite da aver rischiato di morire. Come può scendere sul sentiero di guerra? Magico Vento lo assiste. Strategie: “Washakie non si farà mai attirare in trappola. Per sperare di sorprenderlo dovremo essere noi ad attaccare per primi” (Cavallo Pazzo). E Toro Seduto è d’accordo. Ma Toro Seduto non può sopportare la marcia. Lui e Magico Vento si fermano. “Cominci a pensare di aver condiviso la visione di un pazzo, vero? Sarebbe normale che tu lo pensassi. Vedo soldati che cadono dal cielo in un villaggio deserto… e poi decido di attaccare in campo aperto!”… Ma Toro Seduto vuole che nessuno dei suoi guerrieri abbia timore del grande Washakie: “Quello Shoshone ha vinto tutte le sue battaglie perché finora non ha mai incontrato me!”.

Intanto Cavallo Pazzo, Piccolo Grande Uomo e Spirito della Notte sono a ridosso del campo di Crook. Ma è notte, e non vogliono attaccare senza Toro Seduto, che è rimasto indietro. Washakie fa rapporto a Crook: i suoi uomini non hanno visto nessun Sioux, ma non è detto che non ci sia davvero nessuno. E infatti quella vallata del Rosebud sarà il teatro della battaglia. Toro Seduto, sofferente, dà l’ultima consegna a Cavallo Pazzo: “Concentriamo l’attacco su un solo reparto e seminiamo lo scompiglio. Il panico si impadronirà di loro e si spargerà a tutte le giacche blu come le onde del mare. Ma prendi tu la guida, io non riuscirei a starti dietro”. La grande tattica di quella battaglia: attacchi a ondate successive. Crook guarda dall’alto, mentre Washakie e i suoi uomini combattono nell’avvallamento. E la battaglia sorride ai Sioux. Prima di svenire, Toro Seduto, accasciato, pensa: “Il grande Washakie è in fuga! E’ questo che conta!”. Abbiamo vissuto la battaglia con il capo dei ribelli Toro Seduto. E col suo svenimento finisce anche l’albo, e la battaglia raccontata “in diretta”. Come vedete, la precisione storica non manca, ma nemmeno si rinuncia a vedere la storia con gli occhi dei personaggi di un fumetto. E Toro Seduto è tratteggiato benissimo. E’ sempre interessante: il capo fiero di combattere per il suo popolo, ma saggio. Quello che conta è lo spirito, è trovare le motivazioni vere.

E il bello è che questo è solo una minima parte di quello che racconta “Rosebud”. Perché troviamo Poe a fianco di Custer, e rivediamo un personaggio speciale: Jack, figlio di Nuvola Rossa, che nell’albo prima aveva deciso di sottrarsi dall’influenza di Lungo Sacerdote. Restando però preda della smania di fare vedere il proprio valore, senza sapere però fare la scelta giusta. Jack ne combina di tutti i colori. Prima dice: “Ho capito con quale spirito si deve andare all’assalto: non bisogna avere paura della morte!”. “E neppure troppa fretta di incontrarla, Jack!”, lo corregge Magico Vento. Poi si mette un copricapo da capo-tribù che farà dire a qualcuno: “Hai dato l’assalto a un pollaio?”. Sfida gli ordini di Piccolo Grande Uomo, litiga con Spirito della Notte, comanda un gruppetto di giovani a uno sconsiderato scontro con gli Shoshoni. Muoiono tutti tranne lui, salvato da Magico Vento. Allora Jack passa dall’esaltazione allo sconforto più totale: “Ho disonorato mio padre, avevi ragione tu, non sono fatto per la guerra. Ora desidero solo tornare alla riserva”. Risposta di Magico Vento: “Nessuno nasce guerriero, Jack. In guerra, come in ogni altri altra cosa, si impara dagli errori. Il punto è questo: tu vuoi imparare oppure no?”. E la risposta è praticamente un no. Ancora una volta, il fronte della guerra vissuto con gli occhi dei protagonisti, con una parabola umana ed esistenziale. Come dice lo stesso Manfredi nella presentazione all’albo, Jack rappresenta il figlio d’arte e lo smarrimento dei giovani catapultati al fronte. Un personaggio tratteggiato benissimo e che dalla sorte ha preso una brutta botta. Senza bisogno della fantasia: la figuraccia di Jack al Rosebud è realmente documentata da fonti indiane…

E poi – dicevamo – c’è George Armstrong Custer. Storicamente, al Rosebud Crook fu costretto al ritiro. Ma non avvisò Custer, perché ufficialmente non si poteva parlare di sconfitta. E così Custer (apposta?) fu mandato al macello. E’ un Custer greve, quello di questa penultima apparizione. Il Settimo Cavalleggeri è fatto di ragazzini o veterani malandati, a cui lui ha insegnato a comportarsi da eroi in battaglia. E’ un Custer come sempre contraddittorio, quello che fa scherzi al fratello Tom, capitano del suo stesso reggimento. La celebre riunione sul battello Far West lo vede uscire con pieni poteri: è quello che lo porterà dritto al massacro. “Che Dio ti protegga, George… Dagli indiani… e da te stesso!”, pensa il generale Terry, amico di Custer, mentre lo guarda andarsene per l’ultima volta. E’ proprio questo il fascino di Custer. “Custer è ingiudicabile”, dice Poe a un collega giornalista. Intanto, anche a bordo del Far West, i membri del partito democratico agitano la sua bandiera per fini politici: se vince, gli offriranno la poltrona di presidente degli Stati Uniti. Se muore, sarà un loro simbolo. Il che potrebbe anche essere meglio. Custer, piccato nell’orgoglio, sentendosi vittima di una macchinazione, rifiuta rinforzi. Ha 600 uomini e non pensa di trovarne molti di più. Chiama Poe, per quello che potrebbe (e sarà) un discorso d’addio: “Voi mi avete conosciuto. Non sono perfetto… Ma non mi sono mai fatto strumentalizzare da nessuno! Sono certo che saprete testimoniarlo!”. E poi gli dà una busta per Libbie, la moglie del generale. La stessa a cui pensa quando il Settimo se ne va intonando “The girl I left behind me”, un classico musicale nel West. E’ un Custer commovente. Il che è una sorpresa, una meraviglia, considerato che il Custer storico difficilmente avrà l’assoluzione. Ma Manfredi si innamora di tutte le vittime della storia. E adesso anche Custer è un po’ vittima. Parla agli ufficiali “col tono di un uomo che si prepara a morire”, commentano questi tra loro. Il compito del Settimo è andare a combattere il villaggio sul Little Big Horn. Punto. Crook non gli interessa. Tutto il peso della campagna è sulle sue spalle. E questa è già una condanna a morte. Che lo aspetta il 25 giugno 1876. A Little Big Horn.

23/09/2005 - bila83


Riceca avanzata

© 2001-2006 - HUGES.IT Edito da Giacalone Ugo